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"IL MIO GIOGO E' DOLCE E IL MIO CARICO LEGGERO" (Mt 11,30)

Tratto da "In Altum" Nuova Serie - N. 76 - Anno 18 - Settembre-Ottobre 1999


E' possibile che la religione diventi uno strumento di potere esercitato sulle persone?

    Nella nostra società si assiste da anni ad una rinascita del sentimento religioso, una ricerca di spiritualità che talvolta si manifesta anche nell’accettazione di credenze strane ed irrazionali. Il fenomeno riguarda tutti i ceti sociali, anche persone di ottimo livello culturale. Il bisogno religioso non è stato, dunque, soffocato dai fautori dello scientismo e della morte di Dio, né da coloro che vedono in esso solo una forma di malattia o uno strumento di potere nelle mani di uomini senza scrupoli: è il bisogno di dare un senso alla sofferenza, alla morte, al male e alla propria esistenza che è insito nell’uomo e che non finirà mai di spingerlo a trovare le possibili risposte. E’ questo bisogno umano che muove tante persone ad iniziare una faticosa e sincera ricerca di una spiritualità autentica, spesso diversa dalla religione di appartenenza.
    Nella visione cristiana dell’uomo questo bisogno si spiega come proveniente da Dio stesso che ha creato l’uomo e la donna a Sua immagine e somiglianza donando loro l’anelito profondo a vivere in Lui, ritornare a Lui, nella felicità eterna. Dio attende dalle Sue creature solo il libero assenso al Suo amore e la collaborazione a far fruttificare il dono inestimabile della fede.
    Ma, come in ogni aspirazione autenticamente umana, anche il bisogno di spiritualità potrebbe essere diretto verso mete che si presentano allettanti e soddisfacenti, ma che in realtà nascondono pericoli e deviazioni non solo dal punto di vista religioso, ma anche da quello squisitamente umano. Si diffondono nella società pluralistica aggregazioni, culti e movimenti spirituali che non solo non riescono a soddisfare il bisogno di religiosità, ma rischiano perfino di danneggiare chi aderisce alla dottrina e alle pratiche del gruppo. C’è da chiedersi: come è possibile che il soddisfacimento di un bisogno così intimo e importante per l’uomo si trasformi nella sua rovina morale, materiale, e spirituale? Come è possibile che la religione diventi uno strumento di potere esercitato sulle persone?
    La psicologia della religione si occupa anche di affrontare questi problemi. Essa studia i processi psicologici interessati alla condotta religiosa. Non si interessa dunque di provare che Dio c’è o non c’è o di giudicare le dottrine delle varie religioni, ma si prefigge di verificare il modo in cui le persone vivono la loro esperienza religiosa.
    E. Fromm sosteneva che la religione può essere "autoritaria" oppure "umanistica".  La religione autoritaria è quella che si fonda sul controllo sulle persone esercitato da un potere più alto (al di fuori dell’uomo). Questo potere richiede obbedienza e devozione assoluta. In questa forma di religiosità l’uomo è visto sempre come "difettoso" ed il suo rapporto con il divino ha lo scopo di fargli superare le proprie meschinità. La religione umanistica è invece centrata sull’uomo, in essa egli può sviluppare il potere della ragione per capire se stesso e le sue relazioni con il mondo esterno verso il quale deve esercitare la sua capacità di amare e di essere solidale. L’esperienza religiosa è esperienza di unità con il Tutto e la virtù da esercitare non è l’obbedienza, ma l’autorealizzazione. Il sentimento prevalente di chi vive questa forma di religiosità è la gioia, e non il senso di colpa e il dolore.
    Anche se questa distinzione sommaria non è sempre così netta e la posizione di Fromm non è del tutto condivisibile, essa tuttavia fornisce uno spunto di riflessione utile per cercare di individuare le linee generali dell’esperienza religiosa autentica.
    Ci sono molte forme, oggi, di religioni "autoritarie" che si incarnano di volta in volta in tendenze, dottrine e gruppi più o meno numerosi ed organizzati. Questi gruppi si fanno riconoscere all’interno della società proprio per il loro autoritarismo e lo scarso o inesistente rispetto per le persone coinvolte alle quali viene limitata ingiustamente la libertà personale e perfino la libertà di scelta nel momento in cui decidono di abbandonare il gruppo. In essi l’uomo diventa strumento di altri uomini.
    Non è facile, tuttavia, distinguere le forme di religiosità rispettose dell’uomo da quelle "alienanti" anche perché i gruppi più pericolosi spesso sanno mascherarsi bene e le persone avvicinate ricevono inizialmente un’impressione molto positiva. A lungo andare, comunque, l’albero si riconoscerà dal suo frutto. Quali potrebbero essere i criteri per identificare i gruppi in cui l’esperienza religiosa è "alienante" rispetto agli altri?
    Innanzitutto bisognerebbe verificare che all’interno del gruppo vengano salvaguardati i diritti umani fondamentali e la libertà individuale degli adepti. Se alla persona è vietato o impedito di manifestare le sue opinioni o di dissentire con la leadership vuol dire che il senso critico e le capacità razionali vengono mortificate o represse. Un simile atteggiamento potrebbe portare l’individuo a sviluppare una serie di meccanismi di difesa inconsapevoli per autocensurarsi quando qualche dubbio facesse capolino. Se tutto questo si protrae nel tempo potrebbero insorgere disturbi psicologici di gravità variabile. Un’esperienza religiosa che comporta simili possibili conseguenze è da guardare con sospetto.
    La dimensione religiosa autentica non distrugge, infatti, la libertà umana, anche se impone dei limiti o richiede l’osservanza di un codice morale. Chi abbraccia una fede lo fa per scelta, consapevole delle conseguenze. Sa anche che alcune richieste potrebbero essere difficili da soddisfare perché implicano sacrifici anche considerevoli. In questo caso la persona, consapevole dei suoi limiti, inizierà un cammino spirituale che avrà dei momenti di progresso e dei momenti di arresto. In ogni caso chi vive un’esperienza religiosa autentica non si sentirà schiacciato dagli insuccessi perché avrà sempre, nella sua fede e in chi lo guida, un punto di riferimento e si sentirà amato anche nell’errore. La fede autentica è creativa e può esprimersi in molti modi, non richiede che tutti i credenti facciano esattamente le stesse cose nello stesso modo; essa tutela l’intimità delle persone senza mai fare degli errori di una persona la sua condanna perenne ed il mezzo per esercitare su di essa forme di violenza morale.
    Un altro autore, G. Allport, nella sua definizione della maturità umana, elenca sei caratteristiche. Il sesto criterio di maturità è la "concezione unificatrice della vita". Secondo questo autore ogni persona dovrebbe coltivare un valore o, meglio, una gerarchia di valori in base alla quale costruire il suo progetto di vita. E’ necessario inoltre che ci sia qualcosa che unifichi questo progetto in una direzione. La religione può essere il valore unificante dell’esistenza umana e in questo senso produce effetti positivi e promuove lo sviluppo umano e sociale. I valori religiosi autentici, dunque, una volta condivisi liberamente, portano a profondi cambiamenti nella vita del credente, con effetti positivi di apertura verso il mondo, di condivisione delle sofferenze altrui, di solidarietà concreta verso il prossimo (anche quello appartenente ad altre fedi) il rispetto delle leggi e l’impegno concreto per la trasformazione della società, secondo giustizia.
    Valori religiosi come questi si riscontrano in tutte le religioni e sono quelli che il Concilio Vaticano II ha chiamato "semi di verità". In mezzo ad essi vi sono anche valori umani condivisi dai non credenti. Su questa base comune credenti e non credenti possono contribuire per la costruzione di una società più a misura d’uomo che individui, isoli e renda inoffensive tutte quelle forme di pseudoreligioni che non hanno nulla in comune con i valori universalmente riconosciuti e i diritti umani fondamentali patrimonio di tutti, anche dei non credenti e degli indifferenti.

 

                                 RAFFAELLA DI MARZIO

 


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