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PREMESSA

LA SCHEDATURA DI UN CONCETTO :
la strana storia dell'ipotesi del lavaggio del cervello nella sociologia della religione.
di Benjamin Zablocki


Che cosa succede agli individui quando vengono distrutti dagli obblighi di movimenti sociali carismatici? E’ una domanda importante, e ancora di più negli anni decadenti del nostro cataclismico ventesimo secolo. C’è gente che ha fatto cose bizzarre quando è stata catturata dall’entusiasmo dell’appartenenza a ideologie globali, nazionali o della comunità. I recenti suicidi di massa del gruppo Heaven’s Temple non sono altro che la manifestazione drammatica di questo fenomeno conosciuto. Ma se attribuire queste azioni che disturbano e lasciano perplessi a normali entusiasmi religiosi, al lavaggio del cervello, alle psicosi di massa o anche, come qualcuno ha suggerito, alla deficienza di calcio(2) è rimasto, per la scienza sociale, un mistero irrisolto.

La sociologia della religione ha quindi perso un'occasione d'oro per progredire nella soluzione del mistero. Avrebbe potuto farlo avvantaggiandosi degli esperimenti sociali, avvenuti spontaneamente, che ci sono stati presentati fin dal 1965 circa sotto forma di una proliferazione di quelli che sono stati chiamati «nuovi movimenti religiosi» o «culti». In questo documento sostengo la tesi che la maggioranza dei sociologi della religione ha sbagliato perché non ha usato le normali procedure scientifiche di attenta concettualizzazione, ipotesi testate elaborate dalla teoria, e l’osservazione sistematica per progredire nella soluzione del mistero. Invece, purtroppo, si sono fatti prendere da una guerra culturale - una polarizzazione distruttiva (posizioni principalmente ma non completamente ultra- asserragliate sull’ipotesi del lavaggio del cervello) che ha diviso il campo in una maggioranza e una minoranza i cui membri raramente si citano a vicenda o anche si parlano a vicenda. Per motivi che spiegherò in breve ho chiamato «schedatura» le dinamiche di questa polarizzazione. Il campo della maggioranza (gli oppositori alla ipotesi del lavaggio del cervello) ha cantato vittoria e richiesto la chiusura prematura del dibattito scientifico. La minoranza si è ritirata in riviste sconosciute e, all'interno della disciplina, è stata marginalizzata.(3)    Niente di tutto questo ci ha aiutati ad avvicinarci a quello che dovrebbe essere il nostro scopo principale - capire che cosa, nelle persone, fa scattare in loro il coinvolgimento in esperienze religiose intense.

Nessuna delle due parti del dibattito sarà contenta di quanto discuterò in questo documento. Credo che entrambe le parti abbiano contribuito - con ruvidezza, compiacimento e maldicenza - all’odiosa polarizzazione in atto.(4)     Piuttosto che cercare terreni comuni in un rispetto condiviso per le procedure scientifiche, hanno scelto di contestualizzare culturalmente la disputa usando epiteti come «fracassone anti setta» o «apologeta delle sette».

Visto che il clima intellettuale sull'argomento è così polarizzato, ritengo necessario far precedere la mia discussione dalle seguenti note. Personalmente non mi oppongo all'esistenza dei NRM e ancora meno al libero esercizio della coscienza religiosa. Combatterò attivamente contro ogni tentativo governativo di limitare la libertà d'espressione religiosa. E neanche ritengo che rientri tra le competenze degli studiosi laici, come me, valutare o giudicare il valore culturale delle credenze religiose o delle azioni spirituali. Sono comunque convinto che, basandomi su più di tre decenni di studi dei NRM attraverso osservazione partecipata e colloqui con membri ed ex membri, questi movimenti hanno sguinzagliato forze sociali e psicologiche di potere veramente mostruoso. Queste forze hanno portato rovina in molte vite - sia di adulti che di bambini. Sono questi processi di influenza psicologica e sociale che lo scienziato sociale ha sia il diritto che il dovere di cercare di capire, indipendentemente dal fatto che questa comprensione alla fine sia d'aiuto o pericolosa alla causa della libertà religiosa.

Anche se può sembrare paradossale dirlo, penso che l’ipotesi del lavaggio del cervello aiuti a comprendere meglio la scelta razionale delle motivazioni e del comportamento religioso come si vede per esempio nel lavoro di Rodney Stark e William Sims Bainbridge, Roger Finke, e Lawrence Iannacone.(5)    Iannacone, in particolare, definendo le religioni comunitarie come un «club buono che mostra risposte positive alla 'massa partecipativa'» fornisce una base per comprendere la funzione che il lavaggio del cervello potrebbe giocare in una religione ad alte-pretese.

Se mettiamo alla prova l’ipotesi del lavaggio del cervello, dobbiamo cercare di stabilire (prendendo a prestito una metafora dalla giustizia criminale) movente, possibilità ed arma del delitto. Credo che all'interno del modello di Iannacone movente e possibilità possano essere derivate come corollario. Ne segue, dal suo modello, che alcune religioni potranno desiderare l'aumento massimo dei costi d'uscita socio-psicologici all'interno dei vincoli garantiti dalla costituzione degli Stati Uniti sulla libertà di coscienza religiosa e affiliazione religiosa per tutti i cittadini. Ne segue inoltre che alcune religioni avranno la possibilità di farlo in virtù degli alti livelli di fiducia e volontà di sottostare ai grandi sacrifici personali che i membri di questi gruppi mostrano. Se ho ragione, rimane solo da dimostrare l'esistenza dell'arma del delitto e non essere troppo schizzinosi nel vedere l'arma per quello che è, una volta che la si è trovata.

Negli ultimi trent'anni ho visitato centinaia di comunità religiose e parlato o intervistato più di mille membri ed ex membri di questi gruppi. Un numero sufficiente di persone ha spiegato la sua esperienza con qualcosa di simile al modello del lavaggio del cervello, e mi sono convinto che quest'arma esiste. Alcuni di loro probabilmente mentono o non la raccontano giusta, ma è improbabile che sia il caso di tutti. La maggior parte non aveva particolari chiodi fissi, e la maggioranza non era neppure in contatto con organizzazioni anti-sette. Inoltre la maggioranza di quelli che ho avuto la possibilità di intervistare a più riprese per un lungo periodo di tempo (a volte per un decennio o più) tendevano ad attenersi alle loro storie come se la gioventù avesse lasciato presumibilmente il passo ad una mezz'età più giudiziosa.

Un colloquio in particolare mi ha impressionato per la sua veridicità. Stavo parlando con un uomo - non un intervistato ma un amico personale - che sapeva che sarebbe presto morto di AIDS. Era stato membro non di una comunità religiosa o di una organizzazione anti-sette ma di un gruppo politico rivoluzionario organizzato come comunità totalitaria. Aveva lasciato il gruppo piuttosto amareggiato dalla corruzione della sua dirigenza, ma non ne aveva parlato pubblicamente contro. La sua maggior preoccupazione era la salute, e probabilmente non mi avrebbe parlato per niente di questo gruppo se non avesse saputo che ero interessato alla materia. Mi disse che i leader del suo gruppo avevano studiato con grande ammirazione le tecniche di riforma del pensiero dei Comunisti Cinesi, e avevano usato queste tecniche apertamente e con successo per fare il lavaggio del cervello ai membri del gruppo. Fece ben capire che almeno qualche membro del gruppo sapeva di essere sistematicamente sottoposto a lavaggio del cervello e aderiva al procedimento perché riteneva che sarebbe stato un bene per la rivoluzione. Comunque questa accondiscendenza volontaria non diminuiva l'efficacia della tecnica. Quando arrivò il momento in cui lui e altri persero completamente le illusioni sugli obiettivi e i metodi del gruppo si scoprirono, nonostante tutto, nell'impossibilità emotiva di andarsene. Si sentivano in trappola. Anni dopo quest'uomo era ancora convinto di essere stato intrappolato e fu in grado di andarsene solamente quando il gruppo iniziò a dissolversi. Naturalmente un aneddoto non è una pistola fumante. Ma storie come questa mi hanno convinto che il vero argomento sociologico non dovrebbe essere se il lavaggio del cervello esiste, quanto piuttosto se esiste abbastanza frequentemente per essere considerato un problema sociale importante.

Qualcosa di più somigliante ad una pistola fumante sono le prove fornite in interviste con ex leaders o luogotenenti al vertice di movimenti religiosi che hanno lasciato il gruppo o sono stati testimoni della disintegrazione del loro gruppo. In quattro di queste interviste coloro che ricoprivano incarichi di potere hanno mostrato un sorprendente candore nell'ammettere che venivano usati deliberatamente e in modo consistente procedimenti di lavaggio del cervello «per impedire ai membri più deboli di sperdersi». In un caso il leader che ho intervistato era ben consapevole dei paralleli tra quanto stava facendo ai suoi seguaci «per il loro stesso bene» e i classici modelli di lavaggio del cervello descritti da Lifton.(6)
In altri casi i leaders intervistati erano abbastanza disinformati sul modello classico di lavaggio del cervello e in un qualche modo stupiti quando facevo notare i paralleli tra le loro pratiche e il modello classico. Comunque la testimonianza di questi leaders non può essere considerata definitiva perché non si può completamente escludere la possibilità che tutti avessero ragioni per fabbricare prove a discredito dei gruppi che avevano lasciato.(7)

In questo documento, il primo di un saggio in due parti, mi limiterò a discutere argomenti definizionali e culturali che circondano la disputa sul lavaggio del cervello. Domande sullo status epistemologico del concetto e la prova empirica della sua utilità saranno, per la maggior parte, differite alla seconda parte del saggio che verrà pubblicata in un numero successivo di questa rivista. Nella prossima sezione di questo documento discuterò dei problemi nella definizione del termine «lavaggio del cervello». Mostrerò che l'imprecisione definizionale ha contribuito a far persistere la polarizzazione nella disciplina, e ha reso più difficile risolvere i problemi. Naturalmente se il conflitto fosse semplicemente sulla terminologia potremmo risolverlo inventando un nuovo termine. In questa sezione proseguo poi nell'illustrare come il conflitto intellettuale vada ben oltre quello definizionale. Da una parte c'è lo strenuo tentativo di bandire qualsiasi indagine sugli effetti manipolativi dell'influenza carismatica nei gruppi religiosi, nel timore che sarà usata per sopprimere la libertà d'espressione religiosa. Dall'altra parte c'è un ugualmente strenuo (e ugualmente mal diretto) tentativo di valutare le attività dei gruppi religiosi intensi secondo gli standards dell'umanesimo secolare. Dopo aver discusso su come questo sfortunato stato di cose sia sfociato in una mentalità da schedatura di cui è rimasta vittima la ricerca empirica disinteressata, proseguirò ora, nell'ultima sezione di questo documento, alla valutazione dello stato attuale del conflitto e a qualche suggerimento su come, in questa zona di indagine, possano essere recuperate integrità e moderazione scientifiche.


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