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Exit Counseling : libertà senza coercizione


TRATTO DA : "Mentalmente Liberi" , Steven Hassan, Avverbi, Roma, 1999, (pag. 161-185).

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NOTA DEL WEBMASTER:  DESIDERO RINGRAZIARE LA CASA EDITRICE AVVERBI  PER AVER VOLUTO INSERIRE IL GRIS DI ROMA TRA LE ASSOCIAZIONI SEGNALATE (pag.13).  DA PARTE NOSTRA PUBBLICHIAMO PROPRIO QUESTO CAPITOLO SULL'EXIT COUNSELING NELLA SPERANZA DI MOSTRARE (UNA VOLTA PER TUTTE) CHE LA DEPROGRAMMAZIONE E' COSA ASSAI DIVERSA DALL'AIUTO (RISPETTOSO E QUALIFICATO)  DATO ALLE PERSONE   PERCHE' DECIDANO AUTONOMAMENTE SE RESTARE IN UNA 'SETTA' O SE LASCIARLA.


    Gran parte di coloro che cercano di aiutare qualcuno ad uscire da un culto sanno poco o nulla sul controllo mentale, sulle caratteristiche dei culti distruttivi e su cosa sia necessario fare per raggiungere l’obiettivo. Può darsi che considerino la "deprogrammazione" come l’unica via di salvezza, ignorando però che questa tecnica comporta la sottrazione forzata dell’adepto, un costo complessivo che varia dai diciottomila ai trentamila dollari e lunghe sedute dil recupero.
    Oggi esistono metodi d’aiuto non coercitivi. Professionisti che come me abbiano acquisito il grado di exit counselor (terapeuta specializzato nel recupero e la riabilitazione di ex adepti), uniscono tecniche ben collaudate nel settore della salute mentale alle più moderne tecniche di counseling. In aggiunta, gli exit counselor attualmente operanti sono quasi tutti, a loro volta, ex membri di qualche culto.
    Questo capitolo intende fornire gli strumenti per capire cos’è l’exit counseling, illustrandone il funzionamento attraverso la storia di tre interventi da me condotti. Pur essendo ricostruiti sul ricordo, i dialoghi riportati sono lo specchio fedele di avvenimenti reali accaduti a persone vere. Spero con ciò di aiutare a comprendere che esiste un’efficace alternativa alla deprogrammazione.
    Avendola sperimentata direttamente, ne conosco bene gli aspetti negativi. Quando fui deprogrammato, nel 1976, i miei genitori non avevano molta scelta, come non ne avevano i familiari di altri adepti. Allora l’alternativa era cercare di mantenersi in stretto contatto con l’adepto, sperando che a un certo punto decidesse da solo di lasciare il culto, oppure rivolgersi a un deprogrammatore. I dirigenti dei culti consideravano la deprogrammazione una minaccia temibile, dal momento che stava causando loro la perdita di molti devoti e dirigenti. Non soltanto: questi ex affiliati rilasciavano anche interviste ai mass media, rivelando dettagli importanti sull’attività dell’organizzazione. Diversamente dai "fuoriusciti volontari", perseguitati dai sensi di colpa e con la tendenza a tacere la loro esperienza, i deprogrammati ricevono il sostegno da una rete di persone che sono in grado di comprendere quanto hanno passato e incoraggiati a parlarne pubblicamente.
    Alla fine degli anni Settanta il problema del controllo mentale operato dai culti appariva agli occhi del pubblico strettamente connesso alla deprogrammazione forzata. Ciò era in parte dovuto alle campagne d’immagine promosse da alcune delle maggiori organizzazioni con l’intento di screditare i critici e deviare l’attenzione dai culti, spostandola altrove.
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   La propaganda stigmatizzava la deprogrammazione come "la più grande minaccia alla libertà religiosa di tutti i tempi". I deprogrammatori venivano descritti come persone che usavano maltrattamenti fisici e violenza sulle persone per costringerle, con la forza, ad abiurare la loro fede. Sotto l’influenza di questa propaganda, venne prodotto un film che dipingeva i deprogrammatori come criminali bramosi di soldi, malvagi quanto i capi del culto stesso.
    Per dovere di cronaca, posso dire di non aver mai avuto notizia di deprogrammazioni (e ho conosciuto centinaia di deprogrammati) che avessero previsto maltrattamenti fisici e violenza. Nessuna delle famiglie che ho conosciuto sarebbe arrivata al punto di ricorrere alla deprogrammazione per salvare la persona amata, per poi permettere che qualcuno le facesse del male.
    Ciò nonostante, la verità è che la deprogrammazione è altamente rischiosa da un punto di vista legale e spesso emozionalmente traumatica. In una deprogrammazione classica, l’adepto viene prima rintracciato e poi, mentre è in strada, viene bloccato, caricato di peso su una macchina o un furgone in attesa e condotto in un posto segreto, generalmente la stanza di un motel. A questo punto, sotto la sorveglianza a vista 24 ore su 24 da parte di un’apposita squadra di sicurezza, il deprogrammatore, ex membri del culto e familiari iniziano a fornirgli informazioni sul gruppo e a discutere con lui. Le finestre vengono inchiodate o sprangate, perché si sono verificati casi di discepoli che si sono buttati dalla finestra di un secondo piano per evitare la cosiddetta "abiura". Per prevenire eventuali tentativi di suicidio, il seguace viene accompagnato anche in bagno. Viene trattenuto per giorni, forse anche settimane, fintanto che non esce dalla situazione di controllo mentale o, com’è successo qualche volta, non finga di esserne fuori.
    Nelle deprogrammazioni alle quali io ho partecipato, tra il 1976 e il 1977, in genere l’aderente al culto non veniva portato via di forza, ma affrontato quando si recava a far visita ai familiari. Anche in questo caso, non appena gli veniva detto che non gli sarebbe stato consentito di andarsene, si verificavano reazioni violente: come deprogrammmatore sono stato preso a pugni e a calci, mi hanno sputato in faccia, mi è stato buttato del caffè bollente addosso, mi sono stati tirati dietro registratori. Del resto, se all’epoca in cui successe a me non avessi avuto una gamba ingessata fino all’inguine, avrei fatto lo stesso. I seguaci di un culto sono stati indottrinati a comportarsi così: rimanere "fedeli" ad ogni costo. All’inizio, l’adepto si convince ancora di più che per essere arrivata ad agire così, la sua famiglia è davvero diventata l’incarnazione del male.
    In tali situazioni il cultista ci metterà anni a superare la rabbia e il risentimento, anche nel caso in cui la deprogrammazione abbia avuto successo. Ho conosciuto una donna che a parecchi anni di distanza dalla sua deprogrammazione, in seguito ad un breve periodo passato tra i moonisti, rientrò nel gruppo per un anno per poi uscirne senza alcun aiuto esterno: quasi dovesse provare a se stessa, come mi confidò poi, che ce la poteva fare da sola. Sfortunatamente, durante quel breve periodo venne portata in giro per tutti gli Stati Uniti e indotta a denunciare la deprogrammazione.
    Non c’è nulla di più terrificante che essere tenuto prigioniero e pensare che stai per essere torturato o violentato: esperienze che i dirigenti dei culti insinuano profondamente negli adepti, facendo credere loro che queste siano le tecniche della deprogrammazione. Come è facile immaginare, in simili condizioni è ben difficile riuscire a fornire una consulenza adeguata.
    Al fine di tenere fuori ogni influenza esterna, l’adepto immediatamente si chiude in se stesso, recitando preghiere e cantilene o meditando. Possono passare ore o giorni prima che si renda conto che il capo del suo culto affermava il falso, quando parlava della deprogrammazione: nessuno lo sta torturando e i deprogrammatori sono persone sensibili che si prendono cura di lui. L’adepto arriverà poi a realizzare che vi sono effettivamente degli interrogativi più che legittimi sui quali vale la pena soffermarsi: è solo a quel punto che inizia a collaborare.
    Decisi che non avrei partecipato a interventi coercitivi poiché ho sempre creduto che fosse della massima importanza elaborare un altro metodo. Bisognava trovare una tecnica di avvicinamento che rientrasse nella legalità e che venisse volontariamente accolta. Familiari e amici erano la chiave d’accesso, ma dovevano essere istruiti sui culti e sul controllo mentale e andava loro insegnato come comunicare in maniera efficace con i cultisti.

 

L’exit counseling non coercitivo: tre casi

    L’approccio non coercitivo che ho sviluppato mira a raggiungere con tatto ciò che la deprogrammazione ottiene con la forza. Per aver presa sull’adepto, amici e familiari devono fare un lavoro di squadra e pianificare la loro strategia. Anche se l’approccio non coercitivo non ha sempre successo, è quello che i familiari in genere preferiscono. Interventi più autoritari possono essere tenuti come ultima risorsa, allorquando tutti gli altri dovessero fallire.  Perché abbia successo, l’approccio non coercitivo richiede una buona conoscenza della situazione. La raccolta delle informazioni e l’istruzione delle persone coinvolte prende il via già alla prima telefonata.

La famiglia O’Brien  2

    Nel dicembre del 1987, un certo signor O’Brien mi chiamò dicendosi preoccupato per il coinvolgimento di suo figlio in un gruppo conosciuto come la Boston Church of Christ (conosciuto anche come Multiplying Ministries.  La Boston Church non va assolutamente confusa con la United Church of Christ o con la Church of Christ, erede del congregazionalismo del New England). 3   A parlargli di me era stato Buddy Martin, un predicatore della Cape Cod Church of Christ, da tempo impegnato a denunciare pubblicamente le tattiche  di "evangelizzazione" cultiste e autoritarie usate dal gruppo di Boston. 4
   Il signor O’Brien mi raccontò che la sua preoccupazione nei confronti del figlio andava aumentando di giorno in giorno. George era dimagrito moltissimo, era sempre stanco, aveva lasciato i suoi studi universitari ed era praticamente incapace di prendere qualsiasi decisione, anche la più semplice. Doveva chiedere consiglio al suo "direttore spirituale" prima di fare qualunque cosa.
    O’Brien si informò sul mio passato e mi chiese se ritenessi che il culto di suo figlio rientrasse nel novero di quelli distruttivi. Lo misi al corrente della mia esperienza personale e lo informai che negli ultimi cinque anni avevo aiutato una trentina di persone ad uscire da quel gruppo. Il mio interlocutore si sentì felicemente rassicurato.  La famiglia O’Brien mi sottopose a un fuoco di fila di domande per verificare i mie principi etici e capire su quale sistema di valori mi basassi.  Dissi loro che per me era della massima importanza aiutare una persona a pensare con la sua testa e che stavo molto attento a non imporre agli altri il mio sistema di credenze.  Il mio ruolo era quello di presentare informazioni, fare un lavoro di consulenza, individuale o familiare a seconda delle necessità, e facilitare la comunicazione tra i componenti della famiglia stessa.
    Parlammo per circa mezz’ora e acconsentii a spedire per posta tutte le informazioni sul mio metodo di intervento assieme a un questionario di raccolta dati, come pure la copia di alcuni articoli che riguardavano la Boston Church of Christ. Detti loro anche i numeri telefonici di altre famiglie con cui avevo lavorato e raccomandai di compilare la scheda nel modo più completo possibile: più informazioni potevo raccogliere da familiari e amici, meglio sarebbe stato.
    Avere informazioni scritte da una famiglia costituisce un buon punto di partenza. Costringe i suoi membri a riflettere su molte questioni riguardanti l’individuo, loro stessi, il coinvolgimento nel culto e sul modo in cui hanno reagito fino a quel momento. Il questionario mi fornisce anche il materiale da cui partire per un confronto faccia a faccia.  Ciò che ritengo della massima importanza è sapere fino a che punto la famiglia sarà in grado di impegnarsi nel recupero. Il questionario sollecita diversi tipi di risposta, che possono andare da un solo rigo a quarantaquattro pagine, scritte a macchina con interlinea uno. Di norma, comunque, il questionario risulterà formato dalle sei alle otto pagine.  Diverse sezioni sono di interesse specifico. Come sono i rapporti tra i fratelli e tra questi e i genitori? Che tipo di persona è l’adepto? Aveva molti amici? Faceva uso di droghe? Aveva degli scopi ben precisi nella vita? Aveva vissuto qualche evento traumatico, tipo la morte di un amico o di un parente, il divorzio dei genitori oppure il trasferimento in qualche altra città? Possedeva un sistema di valori sociali o politici ben strutturato? Generalmente, il mio intervento risulta facilitato quanto più il rapporto con la famiglia e il senso di identità erano sani prima che l’individuo entrasse nel culto.
    Per quanto riguardava George volevo sapere in particolar modo le seguenti cose: chi era prima che aderisse al culto e come era cambiato a parte la perdita di peso e il disinteresse. Volevo anche sapere chi era il componente familiare cui si sentiva maggiormente vicino e com’era il suo stato psichico prima della sua associazione. Mi interessava anche conoscere che tipo di educazione aveva ricevuto, quali erano i suoi interessi e gli eventuali hobby, se avesse avuto qualche esperienza di lavoro e qual era la sua educazione religiosa.
    In tutti i casi che tratto voglio sapere quanto tempo è stato impiegato dai reclutatori per conquistare il soggetto. L’adesione è avvenuta subito dopo il primo approccio o ci sono voluti mesi o addirittura anni prima che venisse completamente coinvolto? A cosa pensava stesse aderendo? L’idea che se ne era fatto corrispondeva a quella che ne aveva adesso? Da quanto tempo è coinvolto? Dove vive: con altri affiliati, da solo o con persone non appartenenti al gruppo? In cosa è stato impegnato? Ha mai espresso dubbi o difficoltà circa la sua adesione al gruppo?
    Infine, voglio sapere come hanno reagito i suoi familiari e amici: che cosa hanno detto o fatto circa la sua adesione al gruppo? Che libri o articoli hanno letto sull’argomento? Che persone (o professionisti) hanno contattato? Devo capire subito chi vuole e chi non vuole aiutarmi nel recupero. È interessante constatare come può accadere che un fratello o una sorella che all’inizio non si dicevano disponibili, diventino poi l’elemento chiave per risolvere felicemente il caso.
    Una volta che il questionario mi è stato rispedito debitamente compilato, il passo successivo è quello di telefonare e mettermi nuovamente in contatto. Sono ora in grado di porre domande specifiche per completare il quadro che mi trovo davanti e valutare quale sarà la mia prossima mossa. Nella maggior parte dei casi, chiedo alla famiglia di parlare con altre persone per avere ulteriori informazioni e, a volte, consiglio loro di cercare anche pareri esterni. Durante questo periodo di preparazione, è importante che i familiari parlino con altre persone che stiano vivendo o abbiano vissuto la loro stessa esperienza, e soprattutto con coloro che abbiano realizzato il recupero con successo. È auspicabile anche che la famiglia avvicini ex seguaci del gruppo in questione, per capire meglio che tipo di percorso stia concretamente vivendo il loro congiunto.
    Successivamente, organizzo un incontro con quanti più familiari e amici sia possibile mettere assieme, normalmente a casa della famiglia dell’adepto, e osservo le dinamiche interpersonali che si realizzano tra loro. In questi incontri, dedico molto tempo alla spiegazione di cos’è un culto e cosa si intenda per controllo mentale, e istruisco le persone sui ruoli che dovranno assumere. È di cruciale importanza che le persone capiscano esattamente quale sia il problema e il tipo di aiuto che possono concretamente fornire.  Metto a punto assieme a loro le strategie comunicative: i modi per entrare in contatto con la persona e far sì che sia disponibile al colloquio. Passiamo anche in rassegna vari piani di intervento. Questa riunione viene in genere registrata, in modo che di quanto si è detto possano essere informati anche familiari e amici eventualmente impossibilitati a partecipare all’incontro.
    Una cosa che sottolineo sempre è che ognuno deve dare il meglio di sé, senza dimenticare che il recupero è un lavoro di squadra. Ciò solleva il peso dalle spalle del singolo e garantisce che l’affiliato venga influenzato da quante più persone possibile. Li sollecito a chiedere ad altri familiari e amici di unirsi a loro per aiutarli; li invito a leggere libri sull’argomento, articoli, guardare videocassette e farsi un proprio archivio personale.
    Se sono stato contattato nel periodo di tempo immediatamente successivo all’adesione del soggetto al culto, cioè a pochi mesi dall’evento, la prognosi prevede un esito senz’altro favorevole e la fuoriuscita dell’interessato dal culto entro l’anno. Se vengo invece contattato a distanza di anni dall’entrata nel gruppo, prima che si possa tentare un intervento risolutivo ci vorrà un bel po’ di tempo e molto dipenderà dalla qualità del rapporto che lega l’adepto alla famiglia. Ciò non vuol dire affatto che i seguaci "storici" non possano essere tirati fuori. È solo che questi casi richiedono molta pazienza e grande impegno. Di fatto, la mia esperienza mi ha insegnato che sotto molti aspetti è più facile recuperare qualcuno che abbia alle spalle una lunga associazione. Contrariamente al neofita, probabilmente ancora immerso nell’iniziale periodo di luna di miele, il discepolo di lunga data conosce la dura realtà della vita nel culto, fatta di bugie, manipolazioni e promesse non mantenute.
    In questo particolare caso, George era entrato nel gruppo da due anni e mezzo e viveva in un appartamento con altri "fedeli". Era ancora in contatto con sua madre e suo padre, ma un po’ meno con sua sorella Naomi. I genitori non erano convinti credenti e sollevavano obiezioni riguardo la rigorosa osservanza da parte di George dell’interpretazione della Bibbia fornita dal gruppo. In risposta, George disprezzava questo loro atteggiamento e li considerava "non cristiani". Come avviene in tante altre famiglie, l’adesione al culto aveva fatto emergere sentimenti di rabbia e rancore da entrambe le parti. La famiglia si trovava in una situazione di totale stallo.  Quando i genitori di George decisero che era necessario intervenire, avevano ormai capito da tempo che il loro opporsi alla cosa non li avrebbe portati da nessuna parte. Il padre di George decise di mettere in atto la strategia opposta. Chiese perciò al figlio se poteva prendere parte a uno dei loro studi della Bibbia, e partecipò anche a un paio di servizi domenicali. Ovviamente George e gli altri affiliati interpretarono questo atteggiamento come un segno che "Dio aveva preso a cuore" la vita del padre. Da un punto di vista strategico era un passo importante perché la famiglia potesse riprendere contatto con George.
    Il signor O’Brien spiegò al figlio che voleva saperne di più sulla sua chiesa perché lo amava, cosa assolutamente vera, e si astenne dallo spingersi a dirgli che voleva aderirvi. Ciò che voleva era proseguire nelle sue ricerche, e ricostruire il rapporto con il figlio; di fatto, non solo il padre di George, ma tutti i familiari stavano cercando di imparare quanto più possibile sul culto. George non aveva mai dubitato dell’amore dei genitori verso di lui né di quello che lui, dal più profondo cuore, provava nei loro confronti. Ma gli avevano inculcato che se le persone non erano figlie di Dio (nella chiesa) allora stavano dalla parte di Satana.
    Dopo numerosi incontri e telefonate, la famiglia ed io iniziammo a elaborare un piano. George non sospettava minimamente che i suoi fossero in contatto con me.  La decisione se mentire o meno era come al solito importante e lacerante. Gli O’Brien dovevano scegliere tra una gamma di opzioni. Dovevano semplicemente dire a George ciò che avevano appreso e chiedergli di parlare con noi?  Da un punto di vista etico era quello che avrebbero voluto fare. Allo stesso tempo però, sapevano di avere a che fare con un culto che esercitava il controllo mentale: se gli avessero detto che volevano fargli incontrare persone che criticavano il suo gruppo, si sarebbe impaurito e avrebbe finito col rompere ogni contatto?
    Dissi alla famiglia di parlare con altri ex membri e chiedere loro come un adepto di quel gruppo avrebbe potuto reagire a un approccio tanto diretto. Tutti, senza eccezione alcuna, risposero che se si fossero comportati così, George si sarebbe consultato con i suoi superiori per avere un consiglio. Da quel momento in poi il gruppo avrebbe capito i loro piani e avrebbe fatto quanto era in suo potere per convincerlo ad evitare qualsiasi contatto con la famiglia che, ovviamente, era sotto il controllo di Satana.
    La mia tattica preferita consiste nel far sì che qualcuno chieda all’adepto se è disponibile a fare ricerche per verificare "l’altro lato della medaglia" e vedere come reagisce. Tale richiesta dovrebbe essere avanzata da un fratello o da un amico, piuttosto che dai genitori, in modo da rendere il tutto meno minaccioso ai suoi occhi.
    Se il membro del culto accetta di incontrarsi con ex affiliati, allora è il caso di accordarsi senza indugio sul posto e l’ora dell’incontro. La persona che ha fatto la proposta dovrebbe anche fargli presente che se altri seguaci del gruppo venissero a sapere la cosa, cercherebbero in tutti i modi di convincerlo a non farlo. Gli si dovrà quindi chiedere: "Manterrai la tua promessa nonostante tutta la pressione contraria che il gruppo potrà esercitare?". In questo modo si stipula una sorta di contratto verbale.
    Questo tipo di approccio, che è completamente "scoperto", funziona meglio nei confronti di chi non è stato ancora completamente indottrinato e magari comincia ad avere delle perplessità e a farsi delle domande. Era dunque per questo motivo che mi premeva sapere se George si fosse mai fatto sfuggire espressioni di insoddisfazione o di delusione nei confronti del gruppo. Gli O’Brien risposero di no: non vi era mai stato nulla del genere. La sua dedizione era totale e si fidava solo dei suoi compagni di culto, programmato com’era a pensare che tutti gli altri erano "morti", vale a dire "non spirituali". Dissi alla famiglia di George che dovevano decidere loro, ma che con un approccio di tipo scoperto la possibilità di arrivare a lui sarebbe stata minima.
    Decidemmo che la migliore soluzione consistesse nel far in modo che George si allontanasse momentaneamente dal gruppo, invitandolo a Cape Cod per la festa di compleanno della nonna, che compiva ottantasei anni. Dopo la festa, domenica notte, i suoi genitori avrebbero trovato una scusa per farlo dormire lì, dicendogli che sarebbero tornati a Boston la mattina seguente. L’indomani la famiglia avrebbe detto a George che erano spiacenti di non averglielo detto prima, ma che si erano impegnati a passare i tre giorni seguenti con un ministro della Church of Christ, con un consulente per il recupero, e con un ex adepto.
    Istruii a lungo la famiglia su cosa dire e come dirlo. Volevo che fossero sicuri che lui non telefonasse al gruppo e che facessero del loro meglio per evitare che scappasse. Dovevano rassicurarlo che non stavano cercando di sottrarlo a Dio, né tantomeno fargli del male. Dovevano dirgli che desideravano solo che avesse accesso a quelle informazioni riguradanti il gruppo che, altrimenti, non avrebbe mai avuto. Dovevano chiedergli di pregare e dirgli che confidavano nel fatto che la sua fede nel potere di Dio fosse più forte della sua paura di Satana.
    Dissi alla famiglia di chiedere a George di acconsentire a dedicare tre giorni della sua vita ad effettuare un lavoro di ricerca, tre giorni durante i quali sarebbe stato libero di entrare e uscire, di prendersi tutte le pause che voleva e decidere quali fossero gli argomenti che intendeva conoscere più a fondo.
    Il lunedì mattina ero al caffè di Cape Cod in compagnia di Buddy Martin ed Ellen Queeney, una ex affiliata che avevo avuto in terapia di recupero l’estate precedente e che aveva militato nel ramo di Parigi dello stesso gruppo. Ci sedemmo a un tavolo ad aspettare e continuammo a farlo per le successive quattro ore. Nel frattempo, la famiglia stava cercando di persuadere George ad acconsentire al progetto da noi pianificato. Mi chiamarono telefonicamente una mezza dozzina di volte per avere consigli, tentando di mettere in atto tutti i sistemi che avevo loro illustrato. Ma George fu inflessibile: era disposto ad incontrarci per poche ore, nulla di più. Decidemmo di agire lo stesso e fare del nostro meglio. Mentre ci apprestavamo a lasciare il caffè, gente del posto ci disse che in quel bar nessuno prima di allora era rimasto seduto così a lungo e che avevamo battuto ogni record. Ridemmo, e io pensai: "Se solo sapessero il perché!".
    Quando lo incontrammo, George era paonazzo, fuori di sé e ostile. Lo vedevamo per la prima volta. Ci presentammo ed egli fu molto sorpreso di vedere Buddy, un ministro fondamentalista della Church of Christ. George chiese di parlare da solo con ciascuno di noi: prima con me, poi con Ellen e infine con Buddy. Era chiaro che aveva paura ed era confuso. Noi facemmo del nostro meglio per metterlo a suo agio e fargli sentire che aveva in mano il controllo della situazione. Era imperativo che lui si rendesse conto che questa era per lui un’occasione per imparare e per provare alla sua famiglia che era libero dal controllo mentale e consapevole di ciò che faceva.   Questo è quanto gli dissi quando volle parlarmi in privato.
    George era indottrinato quanto qualsiasi altro membro del suo culto con cui avevo lavorato. Aveva una fortissima resistenza all’idea che potesse trarre un qualche beneficio da quell’incontro.
    La partecipazione di Buddy Martin fu la chiave di volta. Quando giunse il suo turno di rimanere solo con George, si mise a citare versetti della Bibbia e lo interrogò sul loro significato. Prese così a dimostrargli che, sebbene il gruppo sostenesse di seguire la Bibbia, di fatto essi ne estrapolavano i brani, isolandoli dal contesto generale in cui erano inseriti e ignorando deliberatamente passaggi fondamentali per la comprensione generale del testo. Dal momento che il gruppo aveva programmato George a credere in una interpretazione letterale della Bibbia, egli non fu in grado di avanzare obiezioni. Questo fu l’inizio dell’apertura che lo portò ad ammettere che forse il gruppo non era poi così perfetto.
    Avendo stabilito questo contatto, George si rese disponibile ad ascoltare quanto avevo da dirgli sui precedenti del leader del gruppo, Kip McKean, con particolare riguardo al suo reclutamento e indottrinamento ad opera di Chuck Lucas di Crossroads, un culto di Gainesville (Stato della Florida) 5 nato negli anni Settanta. Era lì che McKean aveva appreso le tecniche di controllo mentale che usava ora. George non aveva mai sentito parlare di Crossroads. Noi gli mostrammo una lettera scritta da McKean nel marzo del 1986 ai dirigenti della Chiesa di Crossroads, e stampata sul loro bollettino, in cui diceva che "doveva la sua anima" a quel gruppo.  6   George ne fu sconvolto. Gli mostrammo anche una lettera scritta nel 1977 dagli anziani della Memorial Church of Christ di Houston, nel Texas, in cui annunciavano che erano in procinto di espellere McKean, uno dei loro ministri, a causa dei suoi insegnamenti non conformi alla Bibbia. 7
   Prendendo le mosse da questa considerazione, fummo quindi in grado di illustrargli le caratteristiche dei culti distruttivi e del controllo mentale. Senza questo schema di riferimento sarebbe stato impossibile dimostrare a George cosa gli era stato fatto. Arrivato a questo punto, faccio sempre riferimento ad altri gruppi. Stando alla mia esperienza, gran parte dei cultisti moderni considera negativamente i moonisti (a parte i moonisti stessi, ovviamente), così in genere inizio con la mia storia personale. Questo approccio iniziale ha l’effetto di ridurre al minimo i meccanismi di difesa e di blocco del pensiero. Faccio un elenco delle componenti specifiche del controllo mentale, senza tralasciare mai lo studio di Lifton sulla riforma del pensiero messa in atto dai comunisti cinesi. Descrivo poi le somiglianze riscontrabili all’interno di gruppi analoghi. In tal modo, i paralleli tra i gruppi diventano evidenti e il tutto risulta ancora più efficace perché è il soggetto stesso a fare i dovuti collegamenti.
    George fu molto impressionato. Aveva bisogno di regolare il flusso delle informazioni che gli venivano date. Ogni due ore circa si alzava, dicendo che aveva bisogno di fare una passeggiata e di pregare, cosa che si ripeté parecchie volte al giorno nell’arco delle tre giornate. Pernottavo in una pensione vicina dove potevo riposarmi e fare al contempo il punto della situazione. Ogni volta che George oltrepassava la porta di casa, noi non sapevamo mai con certezza se avrebbe fatto ritorno. Gli sarebbe stato facile fare l’autostop per Boston o telefonare al gruppo perché lo andassero a prendere. Ma cercare di fermarlo avrebbe compromesso la sua fiducia nei nostri confronti. Ormai eravamo in ballo e dovevamo ballare fino in fondo. Se avesse deciso di andarsene ora, i suoi genitori avrebbero continuato a fornirgli informazioni ogni qualvolta lo avessero incontrato o gli avessero parlato. Dovevamo avere fiducia nella sua volontà di fare la cosa giusta. La famiglia, inoltre, sapeva che non avrei partecipato qualora avessero cercato di trattenerlo con la forza.
    Ad un certo punto George si lagnò per l’inganno messo in atto dai genitori, che con il pretesto del compleanno della nonna lo avevano indotto ad andare a casa. I genitori si profusero in scuse. Gli chiesi di mettersi nei loro panni e di suggerire un altro tipo di comportamento. Non gliene venne in mente nessuno. Egli sapeva bene che se avesse avuto in anticipo una qualche avvisaglia su quanto stava accadendo, avrebbe sicuramente chiesto consiglio ai suoi superiori, e questi lo avrebbero certamente dissuaso.
    I suoi genitori gli ricordarono che già una volta si era rifiutato di incontrare ex membri e di leggere  letteratura critica. Lui rimase di stucco: lo aveva completamente dimenticato. Gli ricordarono che un mese prima aveva incontrato sua cugina Sally e che era stata proprio lei a fargli tale proposta, dietro loro suggerimento. George non l’aveva nemmeno presa in considerazione. I suoi genitori avevano allora capito che non rimaneva che optare per questo tipo di contatto.
    Durante quei tre giorni, lavorai molto con i genitori su una modalità di comunicazione efficace, esaminando anche i problemi che andavano al di là del coinvolgimento del figlio nel culto. In questo modo George si sarebbe potuto rendere conto che tutta la sua famiglia stava cercando di capire e di crescere assieme a lui e che il suo coinvolgimento poteva essere il punto di partenza per instaurare e sviluppare un rapporto più profondo.
    Alla fine del terzo giorno, George non era ancora pronto a dichiarare che non avrebbe fatto ritorno al gruppo. Disse che aveva bisogno di più tempo per studiare e riflettere su quanto appreso. Decise di non tornare al suo appartamento, ma di stare con i suoi genitori. Là avrebbe letto libri e articoli, guardato videocassette sui culti e avrebbe continuato a parlare e a discutere con ex affiliati.
    Nel giro di un mese, George dichiarò alla sua famiglia che non sarebbe più ritornato alla Boston Church of Christ. Nel frattempo aveva partecipato a funzioni e studi della Bibbia in una delle diciottomila Church of Christ, quella di Burlington, dove aveva incontrato all’incirca sessantacinque altri fuoriusciti del gruppo di Boston. Ora dichiara di essere molto più felice di quanto non fosse mentre era nel culto e di aver acquisito una migliore conoscenza della Bibbia. Da quando ne è uscito, George ha dedicato gran parte del suo tempo a cercare di aiutare altri a capire gli aspetti distruttivi del suo ex gruppo di appartenenza.
    Sebbene i genitori di George avrebbero preferito che lui frequentasse la loro chiesa, essi rispettano il suo diritto di scegliere la propria strada. Il padre, in particolare, si è unito al figlio in un gruppo di studio della Bibbia, in modo da potergli stare più vicino. Di fatto, i familiari sono intervenuti nella sua vita solo per fargli conoscere le pratiche del controllo mentale dei culti distruttivi.
    Non accetto di compiere interventi per clienti che in realtà nascondano finalità del tutto egoistiche. Il loro scopo ultimo deve essere esclusivamente quello di aiutare l’adepto a pensare con la propria testa.

 

I punti fondamentali del mio approccio

    Poiché i culti attirano le persone in ciò che si può definire una trappola psicologica, il mio lavoro come psicologo e terapeuta è quello di evidenziare al seguace di un culto quattro elementi.
    Primo: gli dimostro che è caduto in una trappola, che si trova cioè in una situazione in cui è psicologicamente inerme e da cui non può uscire. Secondo, gli faccio notare che non ha mai scelto volontariamente di entrare in quella trappola. Terzo, lo informo del fatto che altre persone in altri gruppi si trovano in trappole analoghe. Quarto, gli dico che può uscire dalla trappola. Mentre questi quattro punti possono sembrare ovvi a chi non si trova in un culto, non sono invece così evidenti per chi si trova in condizioni di controllo mentale. Solo chi sa cosa realmente significhi essere irretito da un culto distruttivo, può far arrivare questo messaggio con la forza e la determinazione necessaria. Questa è la ragione per cui ex affiliati, soprattutto ex dirigenti di un culto, diventano i migliori consulenti per il recupero e l’uscita degli adepti.
    Il mio approccio si basa su alcuni convincimenti basilari circa la natura delle persone, in cui credo fermamente. Uno è che le persone hanno bisogno e desiderio di crescere. La vita è in continuo movimento e altrettanto lo sono le persone, orientate verso direzioni capaci di sviluppare e incoraggiare la loro crescita.
    È importante che le persone si concentrino sul qui-e-ora. Quanto fatto in passato è andato. L’attenzione non dovrebbe essere posta "sugli errori commessi" o su ciò che "non hanno fatto", ma su ciò che possono fare adesso. Il passato può servire solo come informazione utile al presente.  In base alla mia esperienza sono andato convincendomi che le persone sceglieranno sempre, in qualsiasi momento, ciò che reputano essere per loro la cosa migliore. Stando alle mie osservazioni posso dire che questo comportamento si basa sulle informazioni che hanno e sull’esperienza da loro vissuta. Un individuo permette che lo si indottrini solo perché crede che quel gruppo sia meraviglioso e che farne parte possa costituire un vantaggio.
    Sono convinto altresì che ogni persona sia unica e ogni situazione diversa dall’altra.  Ciascuno di noi ha un suo modo tutto particolare di capire e interagire con la realtà. Pertanto il mio approccio è totalmente centrato-sul-cliente. Faccio in modo di adeguare me stesso ai bisogni del paziente. Non mi aspetto che sia lui ad adeguarsi ai miei. Il mio modo di lavorare prevede che il consulente capisca a fondo la persona che ha di fronte: quali sono i suoi valori, i suoi bisogni, cosa vuole e come pensa. Devo essere in grado di entrare nella sua testa, in un certo senso "essere lui", per poterlo capire e aiutare a fare ciò che lui vuole. Il mio approccio si basa sulla convinzione che in fondo al suo cuore, anche il più coinvolto dei seguaci  in realtà voglia uscire dal culto.
    Infine, il mio approccio è basato sulla famiglia. Quando qualcuno viene reclutato in un culto distruttivo, ciò si ripercuote su tutti i suoi cari e i conoscenti. Familiari e amici si sono rivelati vitali nella maggior parte dei casi che hanno avuto esito felice. Vanno ovviamente insegnate loro le tecniche della comunicazione, in modo che ogni qualvolta comunichino con il loro familiare o con l’amico coinvolto possano farlo con la massima efficacia, sfruttando le leve emozionali e personali per indurlo a collaborare.
    È chiaro che questo modo di lavorare chiede alla famiglia molto impegno e dedizione: essa deve essere disponibile a imparare nuovi modi di comunicare e accettare di elaborare i problemi inconsci che in questa fase possono risvegliarsi. Se tra i familiari esistono problemi particolari, è bene che questi vengano affrontati e possibilmente risolti prima ancora di tentare un intervento.
    Quando l’attenzione viene centrata sulla famiglia, tutti subiscono un cambiamento: dal canto suo il seguace del culto si rende conto che fuori dal gruppo stanno accadendo cose positive, mentre i familiari imparano a costruire un rapporto di fiducia e a far in modo che il loro caro si interroghi sul suo operato.
    L’affetto di una famiglia è molto più forte di quello condizionato che gli adepti di un culto ricevono da parte dei loro dirigenti. Mentre la famiglia appoggia il diritto individuale di crescere e diventare un adulto autonomo e in grado di prendere da solo le proprie decisioni, l’affetto che un affliliato riceve dal culto ha lo scopo di mantenerlo per sempre in uno stato adolescenziale e di dipendenza, minacciandolo di far venir meno ogni forma di affetto nel caso prendesse decisioni che non collimano con quanto ordinatogli dal capo. Quando i familiari imparano a interagire in maniera efficace, l’aiuto che possono fornire è molto elevato e nel corso di un intervento questo fattore può diventare cruciale.
    Quando lavoro con un cultista, non cerco mai di far allontanare lui dal gruppo o il gruppo da lui. Se lo facessi si sentirebbe minacciato, e a ragione. Ciò che invece cerco di fare è presentargli altri modi per crescere, sottoponendogli diverse prospettive e possibilità. Aiuto le persone a vedere alternative che non sapevano esistessero, poi le incoraggio a fare ciò che pensano sia meglio per loro. Faccio tutto il possibile per far sentire loro che hanno in mano il controllo totale della situazione.
    Come ho già avuto modo di dire, il controllo mentale esercitato dai culti non riesce mai a cancellare del tutto il vero Io della persona ("John-John"). È certamente vero che impone una identità dominante fornita dal culto ("John l’adepto") che cerca continuamente di reprimere il vero Io. Quale seguace della Chiesa dell’Unificazione pensavo veramente di essere "morto a me stesso"; lo Steve-moonista pensava che il vecchio Steve Hassan fosse morto. Ma il mio vero Io si è risvegliato durante la deprogrammazione: era sempre stato lì. Fui in grado di ricordare tutte le contraddizioni, i conflitti e le promesse non mantenute da Moon che nel periodo in cui ero un adepto avevo sperimentato – ma non elaborato – e tale presa di coscienza mi permise di uscirne fuori. Dentro di me l’avevo sempre saputo.
    Riuscire a mettersi in contatto con il nucleo centrale e profondo di un individuo è ciò che mi permette di aiutare qualcuno a uscire da un culto. Se quel nucleo centrale è felice e contento del suo impegno nel gruppo, c’è assai poco da fare. Quella persona non si trova affatto sotto controllo mentale. Egli ha scelto di essere là. Ma non sono questi i casi che mi vengono normalmente sottoposti. Le famiglie mi chiamano quando si accorgono che sta succedendo qualcosa di terribile. E ho constatato che quando un individuo schiavizzato viene messo in condizione di poter scegliere, si guarda bene dallo scegliere di fare lo schiavo: perlomeno non quando è in grado di decidere da solo della propria vita, avere normali rapporti che non subiscano limitazioni di sorta e curare i propri sogni e interessi.
    Oltre a questi convincimenti di base, il mio approccio presenta altri aspetti molto ben definiti. Come prima cosa mi concentro sul processo di cambiamento. Ciò significa che il come una persona arriva a cambiare è ben più importante di che cosa o perché cambia. Poiché credo che le persone siano interessate a crescere e a imparare, il mio intervento è anche di tipo educativo. Cerco di insegnare loro tutto ciò che posso sulla psicologia, la comunicazione, i problemi del controllo mentale e lo stile di altri culti distruttivi, come pure sulla storia di quel particolare gruppo, le contraddizioni dottrinali operate al suo interno e la sua dirigenza.

 

Casi difficili: l’intervento mascherato

    Quando il devoto di un culto si rifiuta di parlare con persone in grado di mostrargli "l’altra faccia della medaglia" oppure se ne va nel bel mezzo di un intervento facendo ritorno al culto, non bisogna credere che tutto è perduto. Se non altro è stata aperta una comunicazione intorno ai temi principali e può anche darsi il caso che l’adepto si senta in colpa per aver trattato male i suoi cari e che riprenda il dialogo più in là.
    In caso di insuccesso non è da escludere un errore di calcolo circa il momento in cui si è scelto di intervenire. Forse è successo subito dopo un’esperienza di reindottrinamento molto intensa, oppure il soggetto si è appena sposato con un altro/un’altra seguace, o ha ricevuto una promozione. Il momento in cui si interviene fa la differenza. Chiaramente, il periodo più opportuno è quello in cui l’affiliato si sente "giù" di morale, visto che nella vita di un cultista ci sono alti e bassi come in quella di qualunque altra persona.
    Dopo un intervento fallito, ci possono anche volere settimane o mesi prima che i componenti di una famiglia riescano a ristabilire un contatto con il loro congiunto. A quel punto essi hanno due opportunità. La prima consiste nel fare marcia indietro: faranno sapere all’adepto di aver fatto quanto era in loro potere e che quando lui si sentirà pronto saranno lieti di dargli tutte le informazioni di cui sono in possesso e farlo incontrare con gli ex affiliati.  Oppure potranno optare per un intervento mascherato. Si tratta in assoluto dell’intervento più difficile da portare a termine con successo. Consiste nel fornire una consulenza all'adepto  senza fargli sapere che la sua famiglia sta cercando di fargli riconsiderare il suo coinvolgimento nel gruppo, e aiutarlo ad uscirne. Bisogna usare l’astuzia, cercare un pretesto valido per incontrarlo e guadagnare il tempo sufficiente per fare un buon lavoro.
    A chi osserva dall’esterno, i preparativi necessari ad effettuare un intervento mascherato possono far venire in mente il programma televisivo "Missione impossibile". Si mette assieme una squadra; si esamina il profilo psicologico del "bersaglio" per evidenziare i suoi punti vulnerabili, i suoi interessi e il suo schema di comportamento. Poi si organizza una specie di complotto per incontrarlo e lo si coinvolge per un tempo abbastanza lungo affinché la missione possa essere portata a termine.
    Si ricorre a un intervento di questo tipo quando il rapporto del cultista con la famiglia o gli amici è gravemente danneggiato. Casi di questo genere vedono generalmente coinvolti membri anziani i cui familiari hanno oltrepassato ogni limite di sopportazione umana e, spinti dal dolore e dalla frustrazione, si sono lasciati andare a dire o fare cose che hanno compromesso irrimediabilmente il rapporto. L’intervento mascherato implica l’inganno, cioè proprio quello strumento usato dai culti che io denuncio, e questo elemento mi fa sentire a disagio. Nel mio caso, però, io non cerco di convincere qualcuno a seguirmi: una volta portato a termine il mio compito informativo, illustrate le alternative possibili e messa a disposizione la mia consulenza, sta all’individuo farne l’uso che vuole.

Margaret Rogers e i Bambini di Dio   8

    Da dieci anni Margaret Rogers era un’ affiliata del culto di Moses David Berg, denominato Bambini di Dio 9 (ora ribattezzato Family of Love o The Family). Durante gran parte di questo periodo aveva mantenuto contatti epistolari con le due sorelle e il fratello, limitandosi a scrivere in tutto una mezza dozzina di lettere. Margaret, che all’epoca usava un altro nome,  datole dal culto, viaggiava in tutto il mondo con il suo gruppo. In genere la sua famiglia non sapeva come mettersi in contatto con lei, eccezion fatta per un’occasione in cui poterono farle visita nelle Filippine. A quel tempo era sposata con un altro discepolo e aveva tre bambini.
    Fu in quell’occasione che la sua famiglia la pregò di prendersi un po’ di tempo libero e di acconsentire a incontrare alcuni ex membri del suo stesso gruppo. Margaret manifestò chiaramente il desiderio di aderire alla richiesta, anche perché aveva bisogno di nutrirsi e di dormire, così come di un accurato esame medico. La sua famiglia non le fece capire di essere al corrente del fatto che fosse stata costretta al flirty fishing [liberamente: flirtare, civettare] eufemismo usato dal culto per la prostituzione. 10
   Di fatto, era questo il metodo più usato dal culto per fare soldi e attirare potenziali discepoli di sesso maschile. La famiglia Rogers sapeva che non avrebbe avuto il coraggio di affrontare l’argomento.
    In quell’incontro tutti poterono assistere a come in alcuni momenti Margaret ritornasse "se stessa": i suoi modi di fare e l’espressione del suo viso si addolcivano e si rilassavano, e lei tornava ad essere la persona che conoscevano. Questo avveniva soprattutto quando i fratelli le rammentavano episodi dell’infanzia, o persone e avvenimenti della loro città natale. Ma fu altrettanto chiaro, in quell’occasione, che il marito era un fanatico convinto, senza   alcuna eco della sua vecchia identità. Peraltro, era sempre lui a decidere per la moglie. La famiglia di Margaret tornò negli Stati Uniti felice di aver rivisto lei e i suoi bambini e determinata a cercare di tirarla fuori da quella situazione.
    I suoi genitori seguirono un mio seminario di comunicazione per i familiari, e mi chiesero di aiutarli. Mi dissero quanto avrebbero desiderato conoscere i miei insegnamenti prima della loro visita nelle Filippine o, ancora meglio, avermi con loro. Li invitai a continuare ad apprendere quanto più potevano sul gruppo: il suo gergo, lo stile di vita e la sua filosofia. Per raggiungere ciò, li misi in contatto con diversi ex membri. Li incoraggiai anche a seguitare a fare pratica con le tecniche di comunicazione che avevo loro insegnato. Nel giro di un anno, Margaret li contattò dal Messico chiedendo loro se potevano andare a trovarla.
    Ci incontrammo per esaminare le varie possibilità. Come potevamo ottenere che si incontrasse con me, riuscendo al contempo ad allontanare il marito il più a lungo possibile e ad evitare ogni sospetto? Poiché fin dall’inizio si erano mostrati fortemente critici, i genitori erano considerati una minaccia al coinvolgimento di Margaret nel culto: decidemmo perciò che non sarebbero partiti. Sarebbero andati solo il fratello e le due sorelle, per una visita di una settimana. Sarei andato anch’io, fingendomi il fidanzato di sua sorella Lisa.
    Inventammo una scusa da raccontare: le avremmo detto che suo padre non poteva fare questo viaggio, perché gli era stato proibito dal medico a causa delle sue condizioni cardiache. La signora Rogers, poi, non poteva lasciare il lavoro e comunque sentiva il dovere di stare a casa ad aiutare il marito, nel caso ne avesse avuto bisogno. Bob, il fratello di Margaret, chiamò la sede messicana della società per la quale lavorava e li pregò di fissare un colloquio di lavoro con il marito di Margaret, che sapevano essere alla ricerca di un’occupazione fissa per garantirsi la stabilità economica. Il culto aveva in Messico una colonia di famiglie, disseminate un po’ ovunque e tra loro poco collegate, cui era stato detto che dovevano provvedere da sole al loro sostentamento. Bob convinse quindi il marito di Margaret a recarsi al colloquio. Lui stesso l’avrebbe accompagnato a Città del Messico per alcuni giorni, dandoci così la possibilità di passare un pò ditempo da soli con Margaret.
    Il piano prevedeva di sondare lo stato mentale di Margaret e cercare di convincerla a tornare con i figli negli Stati Uniti. Speravamo che dopo l’ultima visita fosse aumentata in lei la nostalgia di casa, e nell’ipotesi non fosse poi così innamorata del marito, come sospettavamo, c’erano per noi buone possibilità di successo.
    All’inizio tutto filò liscio. Quando arrivammo, Margaret e suo marito non mostrarono alcun segno d’ansia. Passammo il primo giorno tutti assieme e il nostro gruppo dava di sé un’immagine felice. In alcun modo facemmo trasparire che eravamo perplessi riguardo al loro stile di vita. Uscimmo a mangiare una gran quantità di cose buone, andammo a fare spese, comprammo vestiti nuovi per tutta la famiglia e ci divertimmo. Fu interessante notare che né Margaret né suo marito cercarono di fare alcuna propaganda del loro gruppo.
    Il giorno seguente Bob andò via con il marito di Margaret; noi prendemmo una stanza per lei e i bambini e la invitammo al nostro albergo. Ci offrimmo di portare fuori i bambini mentre lei avrebbe cercato di riposare per recuperare un po’ del sonno perduto.
    Quando tornammo, cinque ore più tardi, dormiva ancora. Era chiaramente esausta. Quando si alzò, il suo viso aveva acquistato un po’ più di colore. Ordinammo il servizio in camera. Era chiaro che non era abituata a mangiare così bene e ad essere servita in un albergo così bello. E si stava veramente godendo tutto!
    Dopo cena ci mettemmo a chiacchierare, riandando ai bei ricordi dell’infanzia. Sua sorella le disse quanto mancasse a tutti e come si sentissero privati della presenza di una sorella che tanto amavano. Fu un momento di intensa commozione e tutti si scambiarono abbracci ed effusioni. Poi la conversazione si spostò sui bambini e sul loro futuro. Era  quello il futuro che intendeva dar loro? Tom era davvero il suo ideale di marito?
    I tempi sembravano maturi. "Ascolta Margaret", esordì una delle sorelle, "ti piacerebbe tornare con noi nel Connecticut?"
    " Dio mio! Sì!" rispose Margaret eccitata. Ma poi, con la stessa velocità si accasciò sul divano: "Oh, no! Non posso farlo!".
    "E perché no?" incalzò Lisa.
    "Perché non posso".
    "Pensi forse che Dio ne sarebbe dispiaciuto?" le chiesi io.
    "Sì", rispose. E aggiunse: "E poi Tom non vorrebbe mai, a meno che non fosse Elias a dirglielo". Elias era il dirigente più vicino a loro per grado. Era la prima volta che Margaret parlava di questo aspetto del gruppo alle sorelle.
    "Ma tu, cosa vorresti fare?" le chiesi nuovamente.
    "Non lo so, non credo di poterlo fare".
    "Che faresti se Dio ti ordinasse di tornare nel Connecticut?".
    "Non farebbe mai una cosa simile".
    "Ma come ti comporteresti, se lo facesse?" insistetti. "Cosa succederebbe se ti dicesse con voce forte e chiara che è Suo desiderio che tu prenda i bambini e vada in Connecticut per alcuni mesi? Obbediresti?" le domandai alzando la voce. "Il tuo impegno è verso Dio o verso il gruppo?".
    Ci pensò un po’ su, quindi rispose: "Se Dio mi dicesse di andare nel Connecticut, ci andrei".
        "Anche se tuo marito e qualche altro devoto ti dicessero che non devi farlo?", incalzai. Stavo premendo, ma volevo rendermi conto fin dove potessi spingermi.
    "Se Dio mi dicesse di farlo, partirei nonostante il parere negativo degli altri" affermò.
    Molto bene, pensai dentro di me. Andiamo avanti.  "Come puoi sapere qual è la volontà di Dio se non lo preghi e non glielo domandi? Glielo hai mai chiesto?".
    "No, ma lo farò questa notte. Anche se non credo che Lui voglia che io torni in Connecticut".
    "Ah! È così? Sarai dunque tu a dire a Dio cosa rispondere?" la aggredii. "Ma perché non ti abbandoni al profondo della tua anima e preghi senza pensare a nulla tranne che a Dio e a cosa Lui desideri per te e per i tuoi bambini?" Le dissi con trasporto. "Prega con fervore e abbi fede nel fatto che la Sua decisione sarà quella giusta per te".
    Margaret mi chiese se davvero credessi in Dio tanto fermamente e io le risposi di sì. Poi mi interrogò sulla mia vita spirituale e ciò mi diede il pretesto per parlarle della mia esperienza con i moonisti e di spiegarle come era accaduto che mi fossi convinto che Dio parlasse attraverso i miei capi; le raccontai anche di come non mi fosse permesso avere dubbi, porre domande, criticare e soprattutto lasciare il gruppo. Le parlai dell’induzione delle fobie e le raccontai come fossi infine riuscito a concepire la possibilità di avere un futuro al di fuori del gruppo. Ciò era stato possibile dal momento che avevo avuto modo di incontrare ex seguaci dei moonisti, constatando direttamente che erano rimaste brave persone anche dopo aver lasciato il gruppo.
    Lei ascoltava con attenzione. Le spiegai di come, quando ero con i moonisti, fossi arrivato a non fidarmi della mia voce interiore e a credere che fosse male, scoprendo successivamente che essa è invece il vero contatto diretto con Dio. Le raccontai di come fossi controllato tramite paure e sensi di colpa e la informai di come sia i moonisti che i Bambini di Dio avessero il controllo completo di ogni informazione che ci giungeva. In entrambi i casi, i leader si credono eletti del Signore in Terra, entrambi si dichiarano essere l’autorità assoluta ed entrambi sono molto ricchi.
    "Pensi che Dio abbia dato all’uomo il libero arbitrio solo per poi toglierglielo con l’inganno e il controllo mentale?" le chiesi. "Rifletti: credi in un Dio che vuole che i suoi figli siano dei robot o, nel migliore dei casi, degli schiavi? Se così avesse voluto – rimarcai – non avrebbe mai concesso ad Adamo ed Eva il libero arbitrio! Non ti sembra un’evidente contraddizione?".
    Margaret mi ascoltava a bocca aperta e a occhi spalancati. L’abbracciai e mi scusai. Dissi che volevo stare un po’ da solo e farmi una passeggiata. Aveva bisogno di tempo per assorbire quanto le avevo detto. Avevo fiducia che le sue sorelle l’avrebbe aiutata a riflettere e ad affrontare le emozioni che ne sarebbero scaturite.
    Più tardi, quella stessa sera, parlai ancora con lei per altre due ore, soprattutto per renderla più forte. Le dissi che era una persona intelligente e che era suo dovere usare la sua intelligenza. Era sempre stata una persona con un forte senso dell’etica: poteva davvero credere che il fine giustifichi i mezzi? Era forse un comportamento cristiano usare il sesso per fare proselitismo? Lei amava la sua famiglia: avrebbe permesso alle sue paure di essere più forti del suo amore? Feci anche appello al suo istinto materno e le chiesi come poteva lasciare che i suoi bambini crescessero nella povertà più estrema, senza istruzione, con scarsa se non addirittura nessuna cura medica.
    Prima che andasse a dormire, le ricordai di pregare, pregare molto. "Prega come non hai mai fatto prima. Implora Dio di mostrarti la strada. Chiedigli che cosa vuole che tu faccia".
    Quella notte facemmo dormire i bambini con noi, in modo che lei potesse riposare indisturbata. Il giorno seguente Margaret ci raccontò di sogni straordinari, carichi di simboliche lotte e grande agitazione. In uno di questi sogni si era vista di notte, perduta in una foresta e senza sapere come uscirne. In un altro si trovava in una barca e grandi ondate di un mare in tempesta la minacciavano. In un altro, infine, si muoveva in un prato coperto di fiori, in una soleggiata e calda giornata primaverile.
    A colazione le chiesi se conosceva la risposta di Dio alla sua preghiera. Sorrise brevemente, ma subito dopo  aggrottò le sopracciglia. Si alzò dal tavolo e andò alla finestra. Dopo aver guardato fuori per un po’, si voltò: "Il mio cuore dice che dovrei tornare a casa, ma non credo di essere in grado di farlo".
    Mi sentii come se all'improvviso mi avessero tolto dalle spalle un peso di cento chili, ma cercai di non mostrare il mio eccitamento. Le sorelle iniziarono a piangere.
    "Che cosa ti trattiene?" le chiesi.
    Sospirò e rimase a lungo pensierosa. E poi: "Ho paura". Le sue sorelle ed io le andammo vicino e l’abbracciammo: "Non ti preoccupare" la rassicurai, "ti aiuteremo in tutti i modi possibili. Abbi fiducia in  Dio".
    Ci comportammo come se la faccenda fosse risolta. Ora era tempo di muoversi. Nel giro di due ore eravamo diretti all’aeroporto dove, come prima cosa, telefonammo ai suoi genitori per dar loro la buona notizia. Margaret lasciò una lunga lettera a Tom. In essa lo informava che stava partendo per gli Stati Uniti, che voleva star sola con la sua famiglia e i bambini per un paio di settimane e che l’avrebbe contattato per dirgli quando poteva andarli a trovare, se avesse voluto. Lo rassicurò sul fatto che si trattava di una decisione presa in piena autonomia; gli scrisse altresì che per lungo tempo era stata molto infelice e che sentiva che quanto stava facendo  era il volere di Dio.
    All’aeroporto non ci furono intoppi. In una situazione di questo tipo sono sempre molto ansioso, perché temo che qualcosa possa andare storto, tipo che tutti i voli siano al completo o che nella sala d’attesa vi siano membri del culto che ci aspettano al varco. Durante il volo di ritorno a casa, dissi a Margaret che   alcuni miei  amici erano stati Bambini di Dio ma, allo stesso tempo, decisi che non le avrei rivelato il mio vero ruolo nella vicenda. Non prima che fossero trascorse almeno due settimane, tanto per darle tempo per stabilizzarsi. Un paio di miei pazienti a tutt’oggi non sanno nulla del ruolo da me sostenuto su richiesta dei loro familiari.
    La casa era tutta addobbata con palloncini colorati e un grande striscione con su scritto:: "Bentornata a casa!". Ovunque c’erano parenti e amici: Margaret vi rimetteva piede dopo dieci anni di assenza. Le lacrime le scendevano copiose: aveva dimenticato quanti anni felici vi avesse passato. In seguito mi disse che in quel momento si era sentita come un prigioniero tornato libero dopo dieci anni di prigionia. Quanta gente! E come erano cambiati tutti! E così pure i suoi vicini di casa! Si rese conto di non sapere nulla di quanto accaduto nel suo Paese e nel mondo nell’ultimo decennio. Aveva tantissimo da recuperare.
    Nei due giorni successivi mi accordai con degli ex affiliati affinché si incontrassero con lei e fui tanto fortunato da trovare tra loro qualcuno che conosceva. Margaret progredì in maniera sbalorditiva un giorno dopo l’altro. Riprese peso, ritrovò il suo senso dell’umorismo e il suo viso riacquistò colorito ed espressività. I suoi bambini si adattarono facilmente e con grande gioia alla nuova vita. In un secondo momento organizzammo anche il recupero del marito, con l’appoggio della famiglia di lui.
    Nessuno può uscire da un’esperienza simile, e tanto protratta nel tempo, senza riportare problemi emozionali, e Margaret non fece eccezione. Non tutti i casi hanno però esito favorevole. Soprattutto all’inizio della mia attività mi sono trovato a gestire situazioni in cui, nonostante il mio contributo, non siamo riusciti a far uscire il soggetto dal culto. A posteriori, posso dire oggi che in alcuni di questi casi vi erano troppi fattori che giocavano contro. Ma io avevo comunque provato. Alcuni di tali fattori riguardavano aspetti patologici della persona coinvolta nel gruppo, o dei suoi stessi familiari. In altri mi erano state nascoste importanti informazioni sulla famiglia, mentre in altri ancora si era trattato di vero e proprio sabotaggio da parte di uno dei familiari.

Alan Brown e la Foundation for Human Understanding   11

    Il figlio dei coniugi Herber e Giulia Brown, Alan, rimase per oltre due anni nel gruppo di Roy Masters: Foundation for Human Understanding.
    Masters è un ipnotizzatore professionista. Conduce un programma radiofonico dal titolo "Come la tua mente può darti benessere", con il quali conquista nuovi proseliti. Il coinvolgimento di Alan cominciò la sera in cui, dopo aver ascoltato il programma, decise di mandare dei soldi a Masters perché gli fossero inviate le cassette riguardanti la "meditazione". Avendo ascoltato tali cassette, posso dire senza ombra di dubbio che in realtà Masters suggeriva  una potente induzione ipnotica, e non della semplice meditazione, come invece sosteneva. Più tardi, studiando con maggior attenzione il soggetto, scoprii che Roy Masters aveva iniziato la sua carriera   come "esorcista": il luogo in cui svolgeva tale attività era di norma l’affollatissimo salone di un hotel, e quando tra il pubblico scopriva qualcuno che a suo parere riteneva fosse posseduto, sosteneva di poterlo esorcizzare a pagamento.
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    A differenza di gran parte dei miei clienti, i Brown avevano seri problemi psicologici. Sfortunatamente, non me ne resi conto fintanto che non arrivai nel Michigan con lo scopo di tentare un intervento sul figlio, prima che questi partisse alla volta dell’Oregon per seguire un corso della durata di un mese presso la residenza di Masters.
    Capii che c’era qualcosa che non andava non appena ebbi varcato la soglia della loro abitazione. Il cane di famiglia era praticamente fuori da ogni controllo: correva, abbaiava e saltava da un mobile all’altro. I Brown si scusarono, ma era evidente che non sapevano come gestire la situazione. Cercavano costantemente di contrastarsi a vicenda in termini di autorità, impartendo al cane ordini contraddittori: se uno gli diceva di stare buono e sedersi, l’altra lo richiamava e se lo faceva saltare in braccio. Il cane era qualcosa di più che viziato: era un animale distrutto.
    Più tardi, quando incontrai Alan, mi resi conto di trovarmi di fronte un figlio unico viziato e iperprotetto. Senza rendersene conto i genitori lo stavano lentamente portando alla follia, inviandogli continuamente messaggi conflittuali. Se la madre lo lodava per aver tagliato l’erba del prato, subito il padre lo criticava per averci messo due settimane. Se il padre gli diceva  che doveva trovarsi un lavoro, la madre replicava che era meglio che aspettasse ancora qualche settimana.
    Era ovvio che Alan cercava disperatamente di sottrarsi all’influenza dei genitori. Voleva essere indipendente, ma non sapeva da che parte cominciare. Voleva dimostrare ai genitori che ne era capace, ma la stima che aveva di sé era così bassa che era sempre sull’orlo di una crisi depressiva. Quando lo incontrai, Alan aveva difficoltà a socializzare e non aveva amici al di fuori del gruppo.
    In questo caso, Alan-Alan non era né un individuo felice né di successo. Era veramente a terra. Dal punto di vista del lavoro di recupero, non c’era proprio nulla nella sua vita cui potesse desiderare di far ritorno.
    Nonostante i tratti disturbanti del gruppo, 13
  fintanto che i suoi genitori avessero continuato nella loro comunicazione ambivalente e conflittuale, lo stare nel gruppo costituiva ancora per lui la scelta migliore. Almeno lì aveva la possibilità di socializzare con altre persone come pure sperare che seguendo il maestro sarebbe migliorato.
    Era evidente che in quel caso non mi sarebbe bastato spiegare ad Alan il funzionamento del controllo mentale e le caratteristiche di un culto distruttivo. Ciò di cui il ragazzo aveva disperatamente bisogno era un ambiente sicuro che gli facesse da supporto e un lungo periodo di terapia, sia individuale che familiare. Sfortunatamente, sebbene i suoi genitori lo amassero, non erano disponibili per un lavoro di questo tipo. Essi volevano soltanto che "facessi uscire Alan dal culto", nulla di più. Peraltro non erano minimamente intenzionati a investire soldi in un buon programma di recupero. Alan aveva la necessità di un ambiente sano, e questo non poteva essere né casa sua né il gruppo.
    Nonostante tutti i miei sforzi, l’intervento era destinato a fallire fin dall’inizio. I genitori non riuscivano a capire a fondo i concetti di culto e di controllo mentale, né erano disposti a riesaminare il loro comportamento e fare i passi necessari per cambiare. Erano troppe le cose che all’epoca Alan riceveva dal gruppo (speranza, attenzione, rapporti sociali) per poter prendere minimamente in considerazione l’idea di lasciarlo. D’altra parte, all’interno di un culto raramente persone come lui "ce la fanno". Quasi sempre succede che vengono sfruttate al massimo,  finchè non se ne vanno da sole o vengono buttate fuori. Quando verrà quel giorno, forse ad Alan torneranno in mente alcune cose che gli dissi allora.
    Quando infine gettai la spugna, era il 1980, imparai diverse cose. Innanzitutto che è vitale incontrare la famiglia, prepararla ed effettuare uno screening. Se la famiglia non è disposta a investire il tempo, il denaro e le energie necessarie per l’intervento, mi rifiuto di occuparmi del caso. In secondo luogo, ho appreso che se la famiglia non è disposta per prima a prendere in esame i suoi problemi e a fare uno sforzo per cambiare e crescere, ciò andrà inevitabilmente a minare ogni possibile progresso io possa far compiere all’adepto.
    Certamente negli anni ho avuto la mia parte di casi irrisolti.
    Recentemente però sono arrivato a capire quali siano le costanti essenziali per determinare un successo e intervengo solo quando ho la sicurezza di ottenere qualcosa di positivo sia per l’individuo che per la sua famiglia. Occorrono tre intere giornate di exit counseling perché un intervento sia coronato dal successo. Negli ultimi tre anni, le sole persone con cui non ho avuto un esito positivo sono state quelle che sono tornate al loro gruppo prima dello scadere dei tre giorni.
    Quelli che ho appena illustrato sono solo tre esempi, scelti tra le centinaia di casi che mi sono trovato a seguire da quando ho abbandonato i moonisti. Dalla mia esperienza personale ho imparato fin dove possa spingersi una persona in nome di una causa ritenuta giusta e importante. Ho anche imparato che non vi è persona al mondo disposta a sacrificare tempo, energie e desideri per una causa falsa e dalla finalità distruttiva. Non appena con l’adepto mi riesce di controllare la fobia di lasciare il gruppo ed entro in contatto con il suo vero Io, mostrandogli quello che in realtà gli hanno fatto, egli decide quasi sempre di scegliere la libertà, e questo avviene perché la gente opta sempre per quello che ritiene essere il meglio per sé.
    Infine, è importante che gli ex adepti e le loro famiglie non giudichino negativamente tutto ciò che è accaduto nel culto. Quando le persone decidono di andarsene, le incoraggio sempre a ricordare ciò che di buono vi è stato e di portarselo dietro. Sicuramente, l’aver fatto parte di un culto distruttivo ti cambia per sempre. Si prende coscienza di quante cose si sono date per scontate: famiglia, amici, educazione, la propria capacità di decidere, la propria individualità e l’intero sistema di riferimento. L’uscire da un culto fornisce un’opportunità unica di "mettersi completamente a nudo", rimanendo soli con se stessi, costretti ad analizzare tutto ciò che si sapeva e in cui si credeva. Tale processo può essere liberatorio e terrificante al tempo stesso. In ogni caso, un’opportunità per ricominciare da capo.

 


Note

1. Alati MacRobert, "Uncovering the Cult Conspiracy", Mother Jones (Feb/March 1979, Vol. 4, N. 2), 8.
2. I nomi dell’adepto e della sua famiglia sono stati cambiati per proteggere la loro privacy.
3. Per una lista completa di tutti i gruppi affiliati alla Boston Church of Christ, vedi l’appendice del The Discipling Dilemma di Flavil Yeakley, Gospel Advocates, Nashville, Tennessee (1988).
4. Buddy Martin ha compilato materiale informativo sui Multiplying Ministries. Videocassette delle sue conferenze si possono ottenere dalla Memorial Church of Christ di Houston, Texas.
5. Daniel Terris, "Come, All Ye Faithful", Boston Globe Magazine (June 6, 1986).
Linda Hervieux, "The Boston Church of Christ: Critics Call It a Cult, but Members Maintain Their Church’s Legitimacy", Muse Magazine, Boston University (Feb 18, 1988).
Gregory L. Sharp, "Mind Control and ‘Crossroadism’", Gospel Anchor (March 1987), 23.
Jeanne Pugh, "Fundamentalist Church Gathers Campus Converts... and Critics", St. Petersburg Times (July 21, 1979), 1.
6. Lettera pubblicata su Crossroads (March 16, 1986).
7. Lettera degli anziani della Memorial Church of Christ del 1977, con la quale espellono McKean.
8. I nomi dell’adepto e della sua famiglia sono stati cambiati per proteggere la loro privacy.
9. Vedi Deborah Berg Davis, The Children of God: The Inside Story, The Zondervan Publishing House, Grand Rapids, Michigan (1984).
10. Kathy Mehler, "Published Preachings: Even Prostitution can Attract Converts to Cults", The Daily Illini (April 16, 1981).
11. I nomi dell’adepto e della sua famiglia sono stati cambiati per proteggere la loro privacy.
12. Larry Woods, "The Masters Movement, Parts I and II", Turner Broadcasting Systems, CNN (Jan 13, 1986).
13. Ray Richmond, "Masters - A Healer in Bluejeans?", Los Angeles Times (Dec 1, 1985), 90.
Paul Taublieb, "Masters’ Touch", US Magazine (April 23, 1984), 39-41.
Lauren Kessler, "Roy Masters: ‘I Can Do No Wrong’", Northwest Magazine (Sept 4, 1983).

 

     Steven Hassan

 


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